Grand Teton e Yellowstone in 6 giorni: il nostro itinerario

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Il Parco di Yellowstone per noi ha rappresentato un viaggio incredibile, di quelli che rimangono scolpiti nello spirito e alzano a dismisura la soglia della meraviglia.
L’itinerario di sei giorni che vi proponiamo include anche il meraviglioso Grand Teton, e vi darà abbastanza tempo per assaporare questi due parchi e i suoi meravigliosi abitanti.
Yellowstone ha due anime: una geologica, fatta di roccia e sorgenti, geyser e acque sulfuree, l’altra animale, fatta di pelo e piume, tane e predazioni. Due anime vive e palpitanti che si lasciano penetrare soprattutto durante le albe e i tramonti, nelle contemplazioni silenziose e pazienti di chi conosce il valore dei piccoli attimi.
[Il nostro articolo su consigli pratici, entrate, biglietti, attrezzatura e servizi, lo trovate QUI.]

GIORNO 1: IL GRAND TETON

Arrivando in auto dal Colorado, la prima notte abbiamo dormito a Jackson, la gate-city al confine sud del parco del Grand Teton: molto carina e ben servita, ma molto costosa. Se viaggiate low-cost, è consigliabile trovare un’alternativa. Noi abbiamo fatto scorta di viveri e di informazioni e poi ci siamo diretti verso Mormon Row, per vedere le fattorie che i mormoni costruivano intorno al 1890, man mano che colonizzavano nuovi territori muovendosi verso Ovest. Come è facile intuire dai nomi delle strade di quest’area (Moose Junction, Antelope Flats Roads, ecc.) si tratta di una zona del parco frequentata da alci, antilopi, bisonti. Noi non ne abbiamo incontrati, e abbiamo proseguito fino alla Moran Junction, per goderci la bellezza perfetta dell’Oxbow Bend e la vista panoramica sulla Signal Mountain che si gode dal Jackson Point Overlook.
Siamo poi scesi verso sud-ovest, e ci siamo appostati al Moose Pond, dove le alci vanno abitualmente ad abbeverarsi all’alba e al tramonto: siamo riusciti a vedere un inseguimento amoroso tra un maschio e una femmina, e un maschio a riposo dopo una grande scorpacciata di salici.
Mentre scendeva la sera, siamo rientrati a Jackson percorrendo la Moose-Wilson Road sperando di vedere altre alci, ma putroppo non abbiamo avuto fortuna. La strada è comunque un’interessante alternativa alla Jackson Hole Highway.

alce grand teton yellowstone

GIORNO 2: GRAND TETON > YELLOWSTONE

All’alba abbiamo provato di nuovo ad appostarci al Moose Pond, ma questa volta ci siamo potuti solo godere i colori dell’autunno e il risveglio ghiacciato dei corsi d’acqua: niente alci all’orizzonte. Siamo risaliti verso nord, parcheggiando allo String Lake per addentrarci nei boschi circostanti. I cartelli ci hanno messo in guardia sulla presenza di orsi nella zona, e così ci siamo preoccupati di non avere alcun tipo di cibo o di attrattore negli zaini e nelle tasche (abbiamo lasciato in macchina anche le caramelle!). Cercando di fare rumore con passi e parole, in modo da segnalare la nostra presenza, abbiamo camminato fino al Leigh Lake, dove abbiamo assaporato il silenzio pieno di poesia della Boulder Island. Una canoa che fendeva con gentilezza l’acqua immobile del lago ha reso il momento semplicemente perfetto. Non ci siamo addentrati oltre sul sentiero che percorre tutto il perimetro del lago: non avevamo con noi lo spray anti-orso e abbiamo preferito tornare al parcheggio.
Ci siamo quindi diretti verso nord, entrando a Yellowstone, e qui è accaduto uno degli incontri più straordinari di questo viaggio: quello con il grizzly. Mai nella vita avremmo potuto immaginare tanta bellezza: il grizzly si stava quietamente abbuffando a 50 metri dalla strada, muso immerso tra i cespugli, zampe intente a ruspare il terreno per trovare radici. L’intenso rituale di ingrasso che precede il lungo letardo, il pelo folto e lucido, le forme rotonde e imponenti.

[Leggete QUI se volete saperne di più sui nostri incontri con gli animali di Yellowstone.]

Dopo un paio d’ore passate ad ammirare il plantigrado, ci siamo diretti verso lo Yellowstone Lake: tappa al Grant Village per far benzina e per prendere un bel tè bollente, e poi un’oretta al West Thumb Geyser Basin. Un tripudio di colori, fumi, zolfo e suoni ovattati.

piscine geotermiche yellowstone
Abbiamo poi guidato dritti fino al Fishing Bridge, zona molto frequentata dagli orsi. Non ne abbiamo visti in quella zona, ma abbiamo avvistato le nostre prime aquile testabianca: spettacolari.
Verso sera, mentre iniziava a nevicare, siamo tornati verso sud per dormire all’Headwaters Lodge & Cabins, all’interno del Flagg Ranch: abbiamo cenato nel ristorante del ranch e poi abbiamo dormito in un bungalow nel bosco senza elettricità, nè acqua, nè riscaldamento. Una vera avventura, considerando il buio, le temperature esterne e la neve che cadeva copiosa.
Visto che avevamo i sacchi a pelo, avremmo voluto dormire in macchina, ma purtroppo a Yellowstone non è possibile farlo liberamente: occorre sempre pernottare in spazi attrezzati.

GIORNO 3: GEYSER BASIN

Siamo nel cuore del Continental Divide, un confine idrogeologico che separa i corsi d’acqua che confluiscono nel Pacifico da quelli che confluiscono nell’Atantico. Il West Thumb Geyser Basin che abbiamo visitato ieri ci ha già mostrato che ci troviamo in una zona dall’intensa attività geotermica.
Ci dirigiamo verso il famoso (e inflazionato) Old Faithful e ammiriamo una delle sue lunghe a alte eruzioni, che avvengono da decenni ad intervalli piuttosto regolari. Lasciamo presto il Visitor Centre per esplorare l’Upper e il Lower Geyser Basin, pieni di piscine geotermiche e fumarole strepitose. Un susseguirsi di arcobaleni terrestri, fanghi ribollenti, poesie della geotermica scritte nelle rocce, nudità infernali che sembrano paradisi.

Ci fermiamo al Prismatic Spring e rimaniamo increduli di fronte ai riverberi abbaglianti che ci accecano ad ogni raggio di sole che riesce a farsi largo tra le nuvole.

Prismatic Spring Yellowstone
Saliamo fino alla Madison Junction e ci dirigiamo verso il Sawtelle Mountain Resort, dove passiamo la notte, fuori dai confini occidentali del parco nello stato del Montana.

GIORNO 4: NORRIS BASIN E CANYON VILLAGE

Dopo una breve tappa al supermercato del paese per fare provviste, ci dirigiamo verso il Norris Geyser Basin dove, tramortiti e congelati dalle raffiche di vento, scopriamo un pianeta a parte. Un bacino vastissimo in cui perdersi tra le nebbie incessanti create dalle fumarole e le schiarite continue provocate dai venti. Causa neve, il tratto del Grand Loop che sale da Norris a Mammoth è chiuso, quindi decidiamo di cambiare piano e puntiamo verso il Canyon Village.
La scenografia qui cambia completamente: ritroviamo le montagne e le foreste fitte di pini e pecci. Rimaniamo incantati dalle cascate e dagli arancioni delle rocce, che esibiscono il loro meglio all’Artist Point. Sembra di essere su un set cinematografico: un capolavoro della natura che travolge l’anima coi suoi suoni di precipizio.

Artist Point Yellowstone
Guidiamo verso la Tower Junction e poi verso il Soda Butte Lodge, sul confine orientale della Lamar Valley, dove dormiremo le prossime tre notti.

GIORNO 5: THE LAMAR VALLEY

La valle del fiume Lamar è chiamata da molti “il Serengeti americano”. Sulle montagne che la circondano scorrazzano branchi di lupi che, al tramonto, si sentono a volte ululare in lontananza. La valle è battuta regolarmente da coyote, antilopi, bisonti, orsi e aquile testabianca.
Qui abbiamo avuto la fortuna di assistere alle acrobazie dei coyote in caccia, agli sfiancanti inseguimenti amorosi delle antilopi, ai giochi dei piccoli di bisonte protetti dalla mandria, ai momenti di pigrizia di un branco di lupi (ma solo grazie ai telescopi di alcuni ragazzi che abbiamo incontrato: i nostri binocoli non erano abbastanza potenti per osservarli bene).


Nella Lamar Valley abbiamo potuto osservare per ben due ore una mamma di orso bruno giocare con i suoi due piccoli sul versante scosceso della montagna dove eravamo appostati. All’inizio, da lontano, ci erano sembrati tre sassi, ma il movimento ci ha portato sulla giusta strada.
Dopo averci tenuto d’occhio per una decina di minuti, mamma orsa ha capito che non ci saremmo nè mossi nè avvicinati: ha smesso di curarsi di noi e ha continuato a spostarsi per la montagna con i suoi cuccioli che esploravano tronchi e radure.
Sempre attenti a ciò che ci accadeva intorno (e soprattutto al fatto che non arrivassero altri orsi alle nostre spalle), ci siamo goduti il grande privilegio di vivere un momento tanto speciale.

GIORNO 6: MAMMOTH

L’ultimo giorno lo abbiamo dedicato a Mammoth, nell’angolo nord occidentale del parco. Un luogo che sembra più Luna che Terra, una meta cruciale per chi è affascinato dai fenomeni geotermici che caratterizzano questa parte degli Stati Uniti.
Un sistema capillare di sentieri di legno sopraelevati guida i visitatori tra sorgenti vive e morte, laghetti colorati e alberi rinsecchiti. Un lavorio millenario di acqua, minerali ed energia geotermica che ha dato vita a grandi terrazze, piscine scintillanti e rilievi che sembrano sculture.


Una piccola curiosità: i cervi della zona amano particolarmente la stazione dei ranger di Mammoth. Capita spesso di vederli, numerosi, sonnecchiare in giardino: pigri custodi di questo luogo surreale.

Mammoth ranger station

Nel tardo pomeriggio, rientrando in hotel, abbiamo attraversato di nuovo la Lamar Valley, indugiando fino al tramonto nello Slough Creek. Quando la luna piena è spuntata nel cielo, abbiamo detto addio ai bisonti, ai lupi, alle antilopi e ai coyote, e ci siamo congedati da questa meravigliosa parte di mondo.
Un altro viaggio verso il Colorado ci aspettava, ma non è stato facile far capire al cuore che il nostro tempo immersi nella magia di Yellowstone era scaduto.

bisonti americani yellowstone

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