Islanda mozzafiato: racconti e appunti di viaggio

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L'Islanda è una terra che insegna. La natura qui è forte, onnipresente, padrona, e conduce il gioco.
Quello della luce, ad esempio, che d'estate inganna la mente e col sole di mezzanotte invita a non dormire mai: dilata il tempo, moltiplica le possibilità. Oppure quello della materia, che trasforma gli aspri campi di lava in morbide praterie grazie alla benevolenza dei licheni che li ricoprono.

Selfoss waterfalls - Iceland photography

Selfoss - Iceland

L’Islanda insegna che la natura comanda e fa ciò che le pare. Questo è il luogo di contatto tra il fuori e il dentro della Terra, gli Inferi parlano col Cielo e lo fanno in modo caparbio: i gayser scandiscono, le fumarole ammoniscono, la lava ribolle in superficie, i vulcani dettano legge. Zolfo, vapore e sabbia si mescolano a sole, pioggia e vento. L'Islanda è l'isola dell'inatteso, dove la morfologia mente, nasconde pericoli e meraviglie, e all'occhio inesperto cela cascate maestose, crateri smeraldo e distese di iceberg. Qui il viaggio va vissuto all'aperto e, per quanto l'automobile sia il mezzo di trasporto più comodo per fronteggiare le sue intemperanze metereologiche, la penetrazione nella natura islandese vale gli abiti bagnati, i piedi dolenti, la faccia tagliata dal vento.

Vik - Iceland travel photography

Vik - Iceland

È stata scoperta d’inverno, e per questo è stata chiamata Isola di Ghiaccio, ma se i primi esploratori fossero arrivati qui d’estate avrebbero capito che questa è l'isola verde, dove le tonalità della vegetazione splendono anche in assenza di sole. Boschi, prati e mare si nutrono ingorde dell'acqua che cade copiosa in ogni stagione, e restituiscono una lucentezza rigogliosa.

Skalholt - Iceland architecture photography

Skalholt - Iceland

Il ghiaccio è comunque uno degli elementi cardine di questa terra, il designer imprevedibile che modella la lava dei vulcani del nord, donando forme stupefacenti ai lapilli incandescenti che si raffreddano all'immediato contatto con la neve. Il ghiaccio modella la lava e scava montagne, dà vita alle imponenti cascate e nutre laghi e mare.

Il nostro video in timelapse sui suoni dell'Islanda

Giorno 1: Keflavík Airport - Laugarvatn

Atterriamo all’aeroporto di Keflavik alle 16 con il sole che splende, ma appena scendiamo dall’aereo il vento fa subito capire chi comanda. Noleggiamo l’auto e partiamo verso la nostra prima destinazione, sapendo che le ore di luce saranno generose con la nostra voglia di conoscere questa terra.
Lungo la strada per Laugarvatn, dove passeremo la prima notte, il paesaggio è surreale. A Grindavik le zolle di lava che ricoprono il terreno sono avvolte in un manto di licheni che le rende morbide e docili allo sguardo e al tatto: quando l’erba riesce a farsi largo si ha l’impressione di essere nella terra degli Hobbit. Colori freddi, sensazioni calde.
La prima vera tappa la facciamo alla Laguna Blu, una piscina geotermica artificiale che, per caratteristiche minerali e unicità dell’esperienza, vale le 40 euro dell’entrata. L’acqua ricca di silicio e alghe è mantenuta a 38°C durante tutto l’anno e il piacere termico dell’immersione si unisce alla bellezza del contrasto cromatico tra l’azzurro intenso dell’acqua e il nero dei campi di lava circostanti. Dopo un paio d’ore di totale relax siamo partiti alla volta di Þingvellir, incredibilmente l’unico sito Unesco dell’isola: Þingvellir non è solo il luogo dove nel 930 è nato e si riuniva lo storico parlamento islandese (l’Alþing, il più antico d’Europa), ma è anche il punto dove la divergenza tra la zolla nordamericana e quella euroasiatica è più evidente: i due continenti che si allontanano nel luogo simbolo dell’unione islandese.
Siamo talmente frastornati dalla meraviglia di questi luoghi e dalla luce continua che arriviamo in ostello alle due di notte senza nemmeno rendercene conto: e il sole splende ancora.

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Giorno 2: Laugarvatn - Skógar

Il secondo giorno comincia a Geysir. Veniamo guidati dal fumo degli stagni d’acqua calda, che ribollono senza sosta. Il rumore e il vapore arrivano dal cuore della terra, mentre i fiori rosa che crescono a giugno sui prati circostanti stemperano l’inquietudine che fermenta sotto la crosta terrestre.
Quando ci troviamo di fronte a Strokkur, il geyser più attivo della zona, rimaniamo immobili a contemplare lo spettacolo perfetto che regala ogni 4-8 minuti. È facile amare Strokkur, perché soddisfa sempre le attese: guardare le acque che si agitano nel suo buco è come osservare una danza precisa, ritmata, inesorabile.
Le onde iniziano timide, la corrente si sposta e cambia verso, poi il movimento diventa appassionato e irrequieto fino a quando l’immobilità ha il sopravvento per un secondo: il tempo necessario alla sfera d’acqua di prendere forma, emergere, ed esplodere verso il cielo spruzzando fino a 40 metri sopra le nostre teste. Strokkur è il piacere di un’attesa che non delude mai, un po’ come si vorrebbe fosse la vita, o l’amore: attendere con trepidazione qualcosa che comunque poi arriva, ed è qualcosa di grandioso. Il nostro itinerario, dopo una tappa all’incantevole cratere di Kerið, prosegue verso tre cascate meravigliose.
Prima arriviamo a Gullfoss, la cascata che precipita in un canyon profondo 70 metri e che fu messa in grave pericolo, durante il secolo scorso, dalle mire di alcuni investitori che avrebbero voluto sfruttarne il potenziale energetico trasformando notevolmente il paesaggio circostante: fortunatamente l’impresa fallì, anche grazie alla determinazione di Sigríður Tómasdóttir, la figlia dei proprietari del terreno che lottò perché le cascate non fossero toccate e rovinate per sempre dalle ambizioni industriali di stranieri e connazionali. Selijalandfoss è invece chiamata “cascata liquida”, e la incontriamo poco prima di Skogafoss, ai piedi della quale passiamo la notte.
Quest’ultima pare nasconda un tesoro vichingo nella sua grotta. Da qui partono bellissimi percorsi di trekking che arrivano al fantomatico ghiacciaio di Eyjafjallajökull, il vulcano che nel 2010 bloccò il traffico aereo di mezza Europa con la sua eruzione, sebbene sia uno dei più piccoli dell’isola.

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Giorno 3: Skógar - Djúpivogur

Guidiamo verso est, sapendo che questa è la tappa più lunga del nostro tour.
Ci fermiamo a Dyrhólaey che diluvia, ma questo non ci impedisce di ammirare le spiagge nere circondate da scogliere alte più di 100 metri. Questa piccola penisola di origine vulcanica ha sembianze maestose e la ripida morfologia dei suoi promontori l’ha resa appetibile anche alle pulcinelle di mare che d’estate nidificano qui per tenersi lontane dalle volpi e da altri predatori. Una piccola sosta a Vik, la città più a sud dell’Islanda, e poi continuiamo verso oriente.
La bufera ci impedisce di fare un’escursione nel Parco Naturale di Skalftafell e decidiamo di proseguire lungo la Ring Road per costeggiare il più grande ghiacciaio dell’isola, il Vatnajökull, che - con i suoi 8.000 Km2 - ricopre l’8% del suolo islandese. I ghiacciai qui non sono però mai completamente innocui: il Vatna ricopre infatti ben sette vulcani, e sotto la cappa di ghiaccio nasconde un ribollire di fuoco e lava.
Nel 1996, l’eruzione del più attivo di questi vulcani, il Grímsvötn, provocò il distaccamento di molti iceberg che oggi nuotano, incantevoli, nel lago Jökulsárlón. Quando ci siamo trovati al cospetto di un simile spettacolo ci siamo dovuti sedere: i primi iceberg della nostra vita ci hanno emozionato, commosso, sbalordito.
Non siamo riusciti a scattare una foto per i primi 20 minuti, perché gli occhi erano tramortiti dal blu e dal bianco, mentre l’anima si faceva cullare dal suono dell’acqua che lambiva il ghiaccio, sciogliendolo lentamente. Tutto il sud-est dell’Islanda è un alternarsi di rivoli e torrenti che dalle montagne ghiacciate scendono in mare attraversando la terra, lavorandola. L’acqua disegna, scava, travolge, nel suo percorso inarrestabile che la porta sulla costa. Ai piedi delle montagne, fattorie e aziende agricole sfruttano l’energia idroelettrica prodotta da questi movimenti impetuosi.
Proseguendo verso nord iniziano i fiordi, ed è qui che passiamo la nostra terza notte, in un ostello dal quale poi ce ne andremo con rammarico: il Berunes Hostel è in una posizione incantevole di fronte al mare dove pare che il tempo si sia fermato. Nel giardino una chiesetta, un piccolo cimitero, un trattore che riposa, in casa un arredamento novecentesco che ricorda l’eleganza rurale dei migliori cottage inglesi: un gioiello di buon gusto e pace.
Passiamo la serata a chiacchierare con due ragazze finlandesi, che stanno facendo il giro d’Islanda in senso orario – al contrario di noi - e quindi ci raccontano com’è la parte dell’isola che non abbiamo ancora visto. Sogniamo le balene di Husavik.

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Giorno 4: Djúpivogur - Seyðisfjörður

Dopo una colazione sostanziosa a base di crèpe con miele, marmellate e yogurt locale (non siamo riusciti ad accettare l’offerta di trota in carpione ed altre leccornie ittiche per stomaci forti), abbiamo fatto una passeggiata silenziosa nei campi coltivati a foraggio fin sul limitar del mare.
La nostra giornata è continuata con l’esplorazione dei fiordi islandesi, questo lentissimo penetrare verso il cuore dell’isola per poi ritornare sui lembi di terra che si infilano a punta nel mare aperto, giocando con profondità e distanze. Tappa doverosa a Egilsstaðir, il centro urbano più grande della regione, ma ce ne andiamo quasi subito perché sono i paesini sul mare ad attrarre la nostra curiosità: sia Djúpivogur (da dove veniamo) che Seyðisfjörður (dove ci fermeremo) sono villaggi caratteristici, con insenature e porti, pescherecci e chiesette colorate in cui si tengono concerti ed eventi. La loro misura antropologica e lo stile di vita di cui sono il simbolo hanno un fascino maggiore degli agglomerati urbani più corposi. Seyðisfjörður, in particolare, ha un’anima artistica piuttosto evidente: oltre ai laboratori in cui vengono prodotti manufatti artigianali in lana, questo paese di soli 700 abitanti ospita infatti il centro per le arti visuali Skaftafell e diversi atelier dedicati al design come il Borgarholl e il Gullabu. Lo spirito creativo si lascia intercettare in numerose case, gallerie, spazi culturali, e non a caso è qui che ogni mese di luglio si svolge LungA, il Festival delle Arti. I dintorni si dicono popolati di elfi e mostri, uno dei quali – come vuole un’antica leggenda del 1345 – abita il lago Lagarfljót con le sue spire di serpente.

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Giorno 5: Seyðisfjörður - Myvatn

La strada che da Seyðisfjörður conduce al lago Myvatn inizia in sordina, con un paesaggio morbido e poco abitato, ma dal belvedere di Pjòdvegur tutto cambia.
I disegni di montagne e valli si fanno più interessanti e preparano all'impatto con le grandi cascate di Selfoss, Dettifoss e Hafragilsfoss: una triade d'acqua, canyon e arcobaleni preannunciata chilometri prima da una nube imponente di sabbia sollevata dal vento.
Ci reggiamo a stento in piedi mentre cerchiamo di raggiungere il luogo migliore per goderci il panorama, le folate ci spingono con determinazione, la terra ci entra negli occhi, in bocca, nelle orecchie. Ritorniamo alla macchina storditi, e proseguiamo verso Ovest sulla Ring Road fermandoci poco dopo a Nàmaskard, un sito di grande importanza geotermica accanto al vulcano Krafla, dove fumarole che sprigionano vapori allo zolfo si alternano a stagni dove ribolle il fango e l'acido solforico brucia ogni cosa. La montagna fuma e sbuffa, il paesaggio intorno è di tutte le tonalità del giallo.
La sensazione è quella di trovarsi in un luogo sacro dove gli elementi parlano tra loro. Dopo pochi chilometri, però, è ancora il verde a prendere il sopravvento, ed entrando nella regione del Myvatn – detto “Lago del Moscerino” - si ha come l'impressione di trovarsi di nuovo nella terra degli Hobbit: isole fiorite, colline rigogliose, enormi crateri, incantevoli conformazioni laviche chiamate “Castelli neri”. Meta prediletta dei birdwatcher, l'area protetta di Dimmuborgir (“Fortezza Oscura”) è tanto lussureggiante da sembrare morbida agli occhi.
Ci fermiamo per due giorni alla Stong Guesthouse, dove ceniamo con zuppa di funghi, agnello, marmellata di rabarbaro e una cheese-cake dal sapore molto più aggressivo rispetto al dolce a cui siamo abituati. Le guesthouse qui offrono prodotti fatti in casa, ingredienti freschi e uno stretto contatto con le tradizioni di un popolo che ha saputo ben conservare sapori e abitudini.
Carne e pesce sono la base dell’alimentazione tradizionale islandese: agnello, merluzzo e salmone sono i protagonisti delle tavole, anche se le coltivazioni in serra e l’importazione oggi rendono disponibile molti altri prodotti.

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Giorno 6: Husavik

Husavik è il paese più famoso per gli avvistamenti di balene in Islanda.
Da qui partono i whale-watching tour di maggior successo in barca o gommone, all'interno della Baia dei Tremori (così chiamata per i continui movimenti tellurici che vi si registrano, un centinaio ogni anno) che è un vero e proprio crocevia per i cetacei. In base alla stagione e ai flussi, diverse sono le specie che è possibile avvistare.
Capita spesso che il mare qui sia calmo nonostante il cielo arrabbiato, ma noi non siamo stati così fortunati. Quando siamo salpati, il vento increspava l’orizzonte e non prometteva nulla di buono. L’equipaggio ci ha messo a disposizione due tute a testa: una per proteggerci dal freddo e l’altra, impermeabile, per ripararci dall’acqua (e non solo quella che sarebbe arrivata dal cielo).
Dopo un’ora di navigazione abbiamo raggiunto il luogo dove sbuffi altissimi si alzavano nell’aria e preannunciavano imminenti emersioni: avevamo trovato le balene.
Una coppia di megattere sono rimaste per più di un'ora a nutrirsi intorno a noi che, a motori spenti, ci reggevamo alle corde del ponte per resistere ai flutti senza cadere. Siamo rimasti a guardarle nuotare, mentre il mare si incattivita e la tempesta incombeva sulla baia. Incuranti di tutto ciò che accadeva sopra la superficie del mare, le balene hanno continuato il loro pasto tra onde e abissi e chi ha avuto la fortuna di non cedere al mal di mare si è goduto uno spettacolo unico per eleganza e maestosità.
Ritornando verso terra, la forza del mare inclinava la barca portando acqua su ponte e passeggeri, tanto che in pochi sono riusciti a godersi l’aperitivo offerto dall’equipaggio a 10 minuti dalla costa. Il nostro sguardo indugiava verso il punto che avevamo appena lasciato, dove le megattere continuavano a banchettare indisturbate, perfettamente in sintonia col loro elemento.

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Giorno 7: Siglufjörður - Dalvik

La pioggia persistente ci ha reso impossibile qualsiasi attività all’aperto, e così abbiamo deciso di passare il pomeriggio al Museo dell'Era delle Aringhe di Siglufjörður, un delizioso paese sulla punta del fiordo che negli anni '40 del secolo scorso conobbe il suo eldorado grazie all'industria delle aringhe.
Questo successo economico permise a Siglufjörður di venire collegato col resto del paese da una strada vera e propria, aperta però per molti decenni solo durante la stagione estiva.
Da quando queste coste non sono più interessate dai flussi migratori delle aringhe, il paese ha creato uno splendido museo dedicato alla storia di quegli anni d'oro, raccontando la vita di pescatori e operai, ricostruendo gli spazi della loro quotidianità, riproponendone la musica, gli strumenti, le fotografie, i saperi: un percorso narrativo coinvolgente, un ottimo esempio di industria culturale di qualità, per valorizzare la quale negli ultimi 6 anni sono stati costruiti 20 chilometri di gallerie che permettono di raggiungere Siglufjörður durante tutto l’anno. La notte l’abbiamo passata a Dalvik, un paese di pescatori che si trova a nord di Akureyri (la seconda città islandese per grandezza e importanza dopo la capitale). L’odore di pesce qui è forte, lo si sente in modo persistente lungo tutta la strada che costeggia il mare.
Dormiamo all’ostello Gimli, una casa di bambole in stile shabby chic accogliente e curata, dove passiamo il nostro tempo chiacchierando con una coppia di americani che passerà l’estate in Europa e una ragazza di Zurigo che sta viaggiando attraverso l’Islanda da sola: la sua prossima tappa sarà un’intera settimana a cavallo attorno al Myvatn.
Gli spazi comuni di ostelli e guesthouse permettono di entrare in contatto con gente proveniente da molti paesi del mondo: condividere la cucina e il relax favorisce la convivialità, lo scambio di esperienze. Abbiamo goduto di questa opportunità passando serate intere a confrontare itinerari, punti di vista, pezzi di vita e di viaggio.
Momenti bellissimi e pieni di ricchezza.

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Giorno 8: Dalvik – Hrútafjörður

Una tappa doverosa è all'Heritage Museum di Glaumbær, per fare un tuffo nella vita rurale dell'Islanda del secolo scorso.
Allestito all'interno delle tipiche abitazioni di campagna locali, con i tetti ricoperti di torba e la struttura in pietra e legno, il museo ripropone una serie di oggetti e cimeli che facevano parte della quotidianità delle persone che abitavano questa regione remota: non solo contadini, ma anche intellettuali e artisti. Tutto il resto del giorno lo abbiamo dedicato alla ricerca delle foche: lo Skagafjordur è infatti noto per essere frequentato regolarmente da gruppi di foche che vengono qui a riposare nelle ore di bassa marea. Su questo fiordo sorge il Comune omonimo, l’unico in Islanda che conta più cavalli che abitanti.
La strada che costeggia questa lingua di terra è accidentata, piena di buche, completamente esposta alla potenza del vento: questa è stata una delle volte in cui abbiamo rimpianto di non aver noleggiato una jeep 4x4. Se ne vedono moltissime in giro per l’isola, e spesso hanno ruote alte come persone: dei bigfoot capaci di farsi beffe di strade sterrate, dossi e condizioni atmosferiche avverse.
Noi, alla guida di una Polo, sull’asfalto ondulato della Ring Road abbiamo messo a dura prova gli ammortizzatori pur non superando mai il limite dei 90 Km/h, e sugli sterrati ci siamo destreggiati in una lunga gincana a 30 Km/h: se potete, noleggiate una macchina alta. Il centro informazioni di Hvammstangi dedicato al Seal Watching ci ha consigliato di cercare le foche tra le 8 e le 10 del mattino o tra le 19 e le 22, le ore in cui amano maggiormente riposarsi a terra. Dopo due escursioni fallimentari a Svalbarð e Illugastaðir, finalmente si sono fatte trovare alla spiaggia nera di Osar, poco distanti dallo splendido arco di roccia di Hvitserkur.
Riposavano a pancia all'aria, giocavano con sabbia e acqua, curandosi davvero poco di quel manipolo di esseri umani che le scrutava da 200 metri di distanza con binocoli e macchine fotografiche. La natura fa ciò che vuole, l'Islanda ricorda all'uomo che non ci sono incontri garantiti nè esperienze assicurate: l'uomo qui insegue, cerca, spera, ma è costantemente condotto alla consapevolezza di non essere padrone di niente, ma solo ospite, presenza fugace.

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Giorno 9: Hrútafjörður – Snæfellsnes

Snæfellsnes è la penisola che per eccellenza rappresenta il simbolo dell’ovest islandese. Sul suo territorio si trovano assaggi di tutto quello che poi c’è nel resto dell’isola: cascate, coste rocciose, parchi naturali, ghiacciai, vulcani. Uno di questi, lo Snæfellsjökull, è famoso per essere stato descritto da Jules Verne nel suo libro “Viaggio al centro della Terra”come la porta d’accesso per le profondità del nostro pianeta (la porta d’uscita era invece lo Stromboli, in Italia).
Come in diverse altre zone dell’isola (Dimmuborgir e Skagafjordur soprattutto), qui abbiamo avuto l’impressione di essere ospiti indesiderati nella terra degli uccelli. Sebbene l’Islanda sia piena di cavalli e ovini, sono gli uccelli che si comportano da padroni. Ti scortano quando entri nel loro territorio, segnalano la tua presenza in continuazione, non ti perdono d’occhio un attimo e pare considerino importante fartelo notare: la colonna sonora qui è fatta degli strilli di gabbiani, beccacce di mare (senz’altro i più impertinenti) e molti altri volatili che tengono i birdwatcher incollati ai loro binocoli.
Siamo rimasti due ore a contemplarli volare attorno ai loro nidi sulle scogliere di Arnastapi, alle spalle della statua di pietra dedicata a Barður Snæfellsás, lo spirito guardiano protettore della regione, metà uomo e metà gigante che, secondo la tradizione delle saghe, allontana il male. Le saghe rappresentano il midollo letterario islandese, l’impalcatura narrativa che ha tramandato le eroiche vicissitudini dei colonizzatori di questa terra così difficile, raccontando le storie – a tratti ammantate di mitologia – delle famiglie che si insediarono qui e diedero origine alla popolazione islandese. A Borgarnes, un museo dedicato ai colonizzatori commemora le gesta cantate dalle saghe e organizza tour guidati alla scoperta dei luoghi simbolo della tradizione di questi eroi e antieroi.
Il giorno 9 è stato anche quello in cui ci siamo imbattuti in alcuni mandriani intenti a spostare duecento cavalli per lasciarli liberi nelle campagne della Snæfellsnes.
I cavalli islandesi sono piccoli, gentili, forti, e sopportano bene le intemperie: quando piove, assumono la classica posizione ricurva che permette loro di resistere meglio a vento e acqua. D’estate, così come pecore, capre e mucche, vengono lasciati liberi al pascolo: a separarli dalla strada, solo una piccola (ma onnipresente) recinzione, che pare invitare i turisti a non entrare nelle terre degli animali più che il contrario.
Guidando per l’Islanda, non è raro imbattersi in gruppi di pecore che, in mezzo alla strada, leccano l’asfalto invece che brucare l’erba nei prati circostanti: cercano il sale, di cui sono golosissime, e che d’inverno viene ovviamente usato in abbondanza per limitare gli effetti del gelo sulla viabilità.

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Giorno 10: Reykjavík

L’ultimo giorno lo abbiamo passato nella capitale, riscoprendo l’esperienza del traffico cittadino, sconosciuto in tutto il resto del Paese. 2/3 della popolazione islandese (320.000 persone) vive nel circondario e sicuramente la capitale di Stato più a nord del mondo rappresenta il cuore economico e culturale della nazione. La musica è uno dei punti nevralgici del fermento artistico dell’isola, grazie anche alle politiche culturali degli ultimi anni che hanno incentivato molte realtà emergenti. Seguono a ruota il teatro, la letteratura e l’arte. Reykjavík è stata nominata dall’Unesco “Città della Letteratura”, un titolo permanente che si è meritata per prima al mondo tra le città non di lingua nativa inglese.
Diversi i musei da scoprire, interessante la vita notturna che inizia a richiamare studenti e turisti da Europa e Stati Uniti.
Noi, dopo dieci giorni di full-immersion nella natura, abbiamo preferito concederci una semplice passeggiata sul lungo mare, dal porto al Centro Harpa, dal monumento dei Vikinghi alla chiesa di Hallgrímur fino poi al parco del Municipio e al laghetto che riposa nel suo centro. Per resistere alle intemperie e non disperdere il calore, le case – a Reykjavik come in tutta l’isola - sono spesso costruite con una sovrapposizione di legno, cemento e metallo.
Molte abitazioni somigliano a hangar: l’architettura è funzionale, spesso austera, e uno dei pochi vezzi creativi concessi dal clima è l’uso dei colori per tinteggiare tetti e muri. Il vento inasprisce moltissimo le condizioni atmosferiche e scoperchierebbe probabilmente qualsiasi ombrello: forse per questo, quando piove (e accade spesso) molti sembrano non curarsene affatto, altri indossano semplicemente un cappuccio, un cappello, una mantella impermeabile.
Un buon consiglio è senz’altro quello di dotarsi di abiti impermeabili (scarpe, pantaloni, copricapi, giacche) e di essere attrezzati per proteggere fotocamere e videocamere. Al primo raggio di sole, però, tutti in T-shirt anche se ci sono 8 gradi, compresi gli adolescenti che in molti paesi lungo le coste sistemano le aiuole, piantano fiori, si prendono cura del verde pubblico in orari extra-scolastici.
Come molti popoli del nord Europa, gli Islandesi sanno godersi ogni minimo raggio di sole e sono attrezzati per vivere all’aria aperta non appena il clima lo consente: piscine termiche all'aperto (molto frequentate anche quando la temperatura circostante sembrerebbe proibitiva), barbecue grandi come portaerei, parchi e moltissimi giochi per i bambini evidenziano una capacità di vivere i mesi più miti in un modo che suscita ammirazione.

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